Tartufai Lariani

Lettera del 1802 del conte Gian Battista Giovio di Como e relativa ai tartufi del Lario

 

 

LETTERA XVIL

De’ Tartufi del Lario, e mia sperienza.

 

7 dicembre 1802 Olgiate

 

I colli, i monti nostri son fecondi di tartufi neri non poco, e questa nostra gloria ella è antica d’assai. Il Porcacchi loda que’ de’ monti sopra Varena,  ma noi ne abbiamo pressoché dovunque, e fin nel recinto de’ Minori Riformati, che abitano il lieto chiostro di Santa

Croce di Como, verso cui nel verno passeggiano, pel molto sol, che lo investe que’ cittadin nostri, che sieno o pensino d’essere freddolosi, come di sé disse un tratto quei bravo toscano del Redi. Ma il sommo abuso del scavare i tartufi, e dello indagarli co’sagaci barboni potrebbe minarne i germi.

 

Dissi, che la gloria de’ tartufi é presso noi antica, e tosto verravvi in mente, come io nei

Commentarj abbia citata la lettera di S.Ambrogio al Santo Vescovo nostro Felice, colla qual lo ringrazia del bel dono di tartufi speditegli, e in essa vi sono quelle parole == misisti mihi tubera et quidem mirae magnitudinis.==

Or questo buon cibo, che da Plinio il naturale appellasi callo della natura, quando non si pensi a propagarlo coll’arte, potrebbe per l’abuso, che ora accennai, venire a scarseggiare.

Io coll’arte mia avrei potuto offrirvene qualche piattello, ed anche ben dimostrai colla mia sperienza, che nascono  et tartufi e funghi e spugnole da’ semi loro.

Mi riusci la sperienza nel giardino mio di Coomo in una selvetta, che piantar vi feci, saranno circa ventidue anni. Io  vi parlerò sol di tartufi, e brevissimo, poiché su quelli ho una più ampia lettera destinata all’Accademia Italiana di Siena, onde pagarle il mio penso come accademico nel 1803. Cominciai circa dodici anni fa a pregar il mio cuoco, che salisse al boschetto(poiché il giardino mio è alla genovese, pensile come quelli di Semiramide) il pregai di salirvi e di gittarvi a’ piè degli olmi, de’ tigli, delle carpinate, de’ lauri la lavatura de’ tartufi. Poi vi feci anche seppellire tartufi intieri e tagliuzzati, Né vi pensai più per anni. Bensì osservai perdersi l’erba, ma ciò attribuiva anche al rezzo delle piante.Vidi in seguito aleggiarvi quelle mosche cerulee, che i pratici tengono ad inizio di putrefatti tartufi. Finalmente uno de’ miei domestici ai 31 giugno del 1799 ne scoperse alcuni a fior di terra, e ne magiai un piattello saporosissimo.Altri n’ebbi in Decembre 1800, e finalmente di bel nuovo altri il dì primo dello scorso Ottobre. Ma non oso tentarli, e li risparmio.

I tartufi e le bacche del lauro odorifero amio io, quanto gli arditi aromi delle Indie Ma le folgie dell’alloro amano Voi, perché l’alloro e l’onor dei poeti, è l’Arbor vittoriosa e trionfale

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